Mostra 11 Dicembre Art eCor
Itatì e Perteba – Visioni immortali
La rassegna espositiva dell’artista Mariateresa Perlotti è grandemente foriera della dimensione simbolico-onirica di cui sono, pervasi i cicli di opere Itatì e Perteba: esplorazioni della linea sottile che divide il visibile dall’invisibile. Il tempo dall’eternità. Il reale dall’irreale. La mortalità dall’immortalità. Trascendentalismi plastici, tangibili epifanie connesse alla condizione primigenia di autenticità dell’essere umano, che si sublimano nello spazio e nel tempo attraverso un’arte scultoria di grande livello espressivo, connaturata da morbide valenze plastiche e flessuosità avviluppanti, in grado di coniugare a sé i dettami di un’estetica fra l’astratto e il naturale, fra l’informale e il surreale. Il tutto sorretto dalla potente vis del suo pensiero creativo, connesso all’interiorità più profonda dell’essere umano e del suo esistere, quel panta rei che è al contempo animale e vegetale, razionale e mistico, individuale e collettivo, che dice di noi, di come siamo, di ciò cui aneliamo, a metà strada fra la contingenza e la spiritualità, da cui la società contemporanea sembra essersi da tempo allontanata. Così facendo l’artista è in grado di evocare tangibilmente i sentimenti e gli stati d’animo dell’uomo moderno: le ansie, l’angoscia, le speranze, le aspirazioni ma anche e soprattutto i sogni, le fantasie e tutto quanto la realtà quotidiana non offre, ma suggerisce, induce. Bruce Nauman in una sua famosa spirale disse “Il vero artista aiuta il mondo rivelando verità mistiche”. Del resto l’Arte, con la A maiuscola, è connessione con la natura, il mistero, l’animismo. È contatto con sé e con il Sé, rinascita, metamorfosi. Il frontone del Tempio di Delfi riporta scolpita la frase “Conosci Te stesso”, ossia l’esigenza da sempre avvertita dall’uomo di lasciarsi trascinare nella ricerca immaginaria degli elementi primari, materiali ed essenziali dell’inconscio, di quell’archetipo che prende il nome di corpo, diventa necessario per scoprire la sostanzialità del mondo percepito e il valore del nostro essere nel cosmo. L’esperienza sensoriale che deriva dalla visione delle opere dell’artista ci conduce, attraverso le più intime sinuosità della memoria atavica, verso un simbolismo naturale che va vissuto intimamente e non solo osservato, ove il rituale conflitto tra Eros e Thanatos, di cui vita e morte ne costituiscono i due momenti apicali, racchiude in sé l’espressione ciclica di un’esistenza infinita, di un risveglio eterno. In ciò consiste la forza dialettica, dinamica e autorigenerante dell’uomo, della pluralità e dell’universo; in questo risiede la grandezza artistica, intensa ed espressiva, eloquente ed incisiva, di Mariateresa Perlotti, vera grande artista poiché è capace di mostrare l’esistenza degli Dei con le immagini.
Pavia, lì 5.12.2021
Giosué ALLEGRINI
“Mariateresa Perlotti. L’arte di vedere ciò che è invisibile agli altri”
La ricerca artistica di Mariateresa Perlotti, rappresenta un totem vocato a trattare rispettosamente un tabù nella società occidentale quale è la morte e il suo contraltare, ossia il concetto dell’immortalità. Per l’artista, L’estinzione dell’individualità corporea, vuole essere naturale transizione dal limitato piano reale, ad un immaginario Oltre.
Un sentimento e speranza umana che può solo nutrirsi “più in là” dell’oggettivo, in un ideale attaccamento al superiore significato della Vita. La rappresentazione di questo visionario approccio artistico, vuole preservare l’eterna forza primordiale della Vita che, in un’evoluzione continua, attraversa mutevoli stati fino a ricongiungersi all’assoluta ultraterrena perfezione.
Due citazioni, rispettivamente di Jonathan Swift e Antoine-Laurent Lavoisier, tracciano i binari creativi di Mariateresa Perlotti; “La visione è l’arte di vedere ciò che è invisibile agli altri”, “nulla si crea nulla si distrugge”.
Queste sono complementari chiavi di lettura per avvicinarsi e, iniziare a comprendere gradualmente, la raffinata e concettuale poetica di Mariateresa Perlotti. Dopotutto Lucio Fontana, tagliando la tela, non ha forse cercato di andare oltre il frustrante spazio fisico e il limite imposto dalla superficie? Oltre i tagli e i buchi, Fontana cercava l’ignoto a cui non sapeva dare forma? Fontana ha aperto la porta e, Mariateresa Perlotti ha immaginato cosa potesse esserci oltre.
Fontana era ceramista come Mariateresa Perlotti ma, dove Fontana trovò un limite nella terracotta al fine della sua indagine, l’artista bresciana trova l’elemento ideale per esplorare lo spazio aperto dall’illustre precursore.
Le sculture PERTEBA E ITATI’ sono l’evoluzione uno dell’altro. Nei primi, è evidente la fisionomia umana delimitata da un volume che pare essere una drappeggio, un residuo o strascico energetico terreno portato nella dimensione PERTEBA.
Negli ITATI’, invece, la ricerca si fa più sottile e concettuale. L’artista, conducendo i PERTEBA ad un livello di evoluzione ancora superiore, non li rappresenta nella nuova forma acquisita ma, manifesta ciò che si sono lasciati alle spalle nel passaggio. Da qui, un velo rigonfio che pare svuotarsi lentamente. Un legaccio le tiene sospese a un muro, quel muro che è la barriera attraverso la quale idealmente avviene la transizione allo stato successivo. Nell’ultimo passaggio, ciò che resta visibile, è solamente il drappeggio sospeso alla parete che, lentamente, si sgonfia del contenuto energetico ormai perso
Gli studi di fisica quantistica da pochi anni affrontano queste delicate tematiche, cercando addirittura una spiegazione all’esistenza dell’anima. Mariateresa Perlotti parallelamente alle indagini costituite da leggi fisiche, sperimentazioni e numeri, accosta la forza visionaria dell’intuito artistico, per offrire una percezione umanizzata di ciò che la scienza riduce a numeri e teoremi.
Bresciaoggi